domenica 30 agosto 2015

Dialetti d’Italia - Questione di sfumature

Quella dei dialetti d’Italia, il paese europeo che ne vanta un primato numerico di fatto in quantificabile, è una storia affascinante e complessa, difficile da riassumere senza il timore di omettere elementi che rendano loro giustizia.
Con il termine “dialetto”, comunemente, si fa riferimento alle lingue tipiche di una regione, con sfumature ed elementi variabili da città a città e, addirittura, da quartiere a quartiere. Può risultare difficoltoso intavolare una conversazione in due dialetti diversi, senza correre il rischio di provocare incomprensioni.
Le differenze sono tali che se un torinese parlasse di una “tota” (ragazza), un napoletano non penserebbe ad una “guagliona,” né un siciliano ad una “picciuttiedda.” Così pure, se una nonna marchigiana, una umbra e una emiliana volessero stendere l’impasto per una crostata usando un mattarello, avrebbero qualche difficoltà a trovarlo se lo chiamassero rispettivamente “rasagnol”, “lasagnolo” e “canela”. Eppure l’interazione è stata possibile per secoli, grazie anche ad un elemento comune: il latino. Pensare che i dialetti siano un’alterazione dell’italiano è errato. Se nel caso dell’inglese americano o australiano si parla di varianti di quello britannico, nel caso dei dialetti e dell’italiano, usando una similitudine, si tratta di un rapporto di fratellanza.
Sebbene sia difficile dire con certezza quanti dialetti ci siano in Italia, in ambito accademico si distinguono solitamente tre gruppi principali: i dialetti settentrionali, il toscano e i dialetti centro-meridionali. Vi sono poi “lingue minoritarie” di diversa origine, come il friulano e il sardo per citarne alcune, riconosciute da vere e proprie leggi.
"PUÒ RISULTARE DIFFICOLTOSO INTAVOLARE UNA CONVERSAZIONE IN DUE DIALETTI DIVERSI,
SENZA CORRERE IL RISCHIO DI PROVOCARE INCOMPRENSIONI."
I dialetti settentrionali, alcuni dei quali definiti “gallo-italici” per le analogie con il francese, comprendono quelli lombardi, piemontesi, emiliani, romagnoli, liguri e veneti. Il toscano è parlato in Toscana, con l’esclusione di alcune aree, e si distingue anche per la “gorgia”, il suono aspirato di alcune consonanti, come in “casa/hasa.” Infine, vi sono per l’appunto i dialetti del centro-meridione, accomunati, ad esempio, dalla trasformazione di “nd” in “nn,” come in “mondo/munno.”
Perché queste differenze? Quando gli antichi Romani si insediarono nella penisola, si trovarono a interagire con popolazioni già presenti. Fu inevitabile, per quanto il latino fosse dichiarato lingua ufficiale, l’influenza dei numerosi codici linguistici preesistenti. Più tardi, con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.), sotto l’influenza di nuovi conquistatori in diverse zone della penisola e nelle isole (Goti, Normanni, etc...), le differenze diventarono ancor più evidenti. Nacque così un numero impressionante di varianti, chiamate lingue volgari (dal latino “volgo” - popolo).
Verso il 1200-1300, con la nascita del ceto borghese, classe intermediaria tra gli esponenti dei ceti più colti che conoscevano il latino e quelli più umili che, al contrario, ne ignoravano il significato, si fece sempre più pressante il bisogno di sostituire il volgare al latino.
Anche in letteratura molto presto cominciò un acceso dibattito nel tentativo di trovare, tra i tanti volgari, quello “illustre” che potesse fungere da cardine. In tal senso, un’attenta analisi delle lingue parlate dagli “Ytali” fu offerta da Dante Alighieri, ritenuto uno dei padri dell’italiano. Fu un lungo dibattito quello che si spinse fin oltre il 1500, con alcuni che ritenevano il toscano una lingua unitaria, dato il successo in letteratura e la presenza di elementi comuni con gli altri volgari; altri che invece volevano si creasse una nuova lingua prendendo spunto da tutti i dialetti. Fu proprio nel 1500 che, per distinguere il volgare toscano dalle altre lingue volgari, si usò il termine “dialetto”(dal greco “lingua parlata”).
Nel parlato, tuttavia, la maggioranza della popolazione, indipendentemente dallo status sociale, continuò a preferire il proprio dialetto al toscano-italiano fino a molto tempo dopo l’Unità d’Italia (1861). Solo nella seconda metà del 1900 l’italiano cominciò a sostituirsi ai dialetti. È a questo punto che subentra la differenza tra gli italiani emigrati in Canada tra il 1950-1960 e quelli degli ultimi anni.
Dopo la Seconda guerra mondiale, i cambiamenti socio-culturali in Italia furono enormi: sempre più giovani frequentavano la scuola, sempre più famiglie potevano permettersi di acquistare un televisore. Tutto ciò ha contribuito notevolmente alla diffusione dell’italiano, a discapito del dialetto.
Per alcuni, addirittura, il dialetto cominciò ad essere considerato un elemento di disturbo, poiché intaccava la propria immagine di individuo educato e culturalmente al passo con i tempi.
"SOLO NELLA SECONDA METÀ DEL 1900 L’ITALIANO COMINCIÒ A SOSTITUIRSI AI DIALETTI."
“Parla in italiano! Quando crescerai, parlerai pure il dialetto!” – dicevano molte mamme negli anni ‘80. Amici e parenti concordano. Molti tra quelli che parlano il dialetto oggi, napoletano, palermitano o torinese che sia, possono farlo grazie alla familiarità acquisita ascoltando genitori e nonni discutere durante l’infanzia. Da adulti, raggiunta una conoscenza dell’italiano ottimale, abbiamo cominciato dunque ad usarlo in situazioni informali per “rendere l’idea” o scherzare tra amici! Così quando l’amica torinese mi ha scritto: “Anduma a mange’ staseira?”, da palermitana, non ho potuto fare a meno di risponderle: “Se, ci putemu iri a manciari!” Entrambe sapevamo di aver suscitato il sorriso dell’altra.
Grazie anche ad organizzazioni internazionali come l’UNESCO, che parlano di “lingua napoletana, siciliana, veneta...” invece che di “dialetti”, si assiste finalmente a un’inversione di marcia. Sempre più artisti ricorrono al proprio dialetto, riscuotendo successo al livello nazionale, forse perché, come spiega un musicista siciliano, Roy Paci, in un’intervista pubblicata da La Repubblica : “Cantare in dialetto non è una scelta esotica”, ma desiderio di esprimere un pensiero che nasce in dialetto e che perderebbe parte della sua intensità se tradotto in italiano. Sono proprio queste sfumature, queste nuance a conferire ai dialetti un valore inestimabile.
 
 NdR

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