giovedì 27 agosto 2015

Ecco perchè non si vendono più i giornali

La crisi dell’editoria libraria è seconda solo alla crisi dei giornali che da vari anni registrano un calo vertiginoso delle vendite in edicola e della raccolta pubblicitaria.
Quali sono le reali motivazioni che hanno portato al tracollo di un intero settore come quello del giornalismo cartaceo?
Partiamo dalla pubblicità. Fino agli anni ’90 c’è stata una crescita esponenziale della raccolta pubblicitaria, i quotidiani si finanziavano quasi esclusivamente con la pubblicità raccolta dalle concessionarie e le vendite in edicola, seppur alte, erano un valore aggiunto.
Con la nascita e la diffusione del web, gli investitori hanno iniziato a frammentare i budget a disposizione non solo tra radio, televisione e carta stampata ma anche su uno strumento come il web che, essendo un media scritto, faceva concorrenza ai giornali.
Il tracollo della pubblicità sui quotidiani è avvenuto negli ultimi anni anche grazie alla diffusione dei social network che hanno permesso agli investitori di raggiungere un pubblico più targettizzato e maggiormente vicino alle esigenze delle aziende.
Per questo motivo investire su quotidiani generalisti con un numero di lettori sempre più in calo e per di più con un’ampia fetta di mercato (i giovani) praticamente esclusa, sta sempre più perdendo di attrattività.
Dalla fine degli anni ’80 gli editori avevano puntato sempre più sulla pubblicità come strumento di guadagno mettendo le vendite in edicola (e quindi i lettori) in secondo piano. Nel momento in cui iniziò a manifestarsi un calo, seppur piccolo, nella raccolta pubblicitaria, escogitarono un’iniziativa per risollevare le casse dei giornali: gli allegati. Vi fu un vero e proprio boom di collane di libri – soprattutto di classici – venduti a prezzi molto più bassi rispetto alle librerie. Per alcuni anni questo sistema funzionò poi, com’era prevedibile, il mercato fu saturo e ritornarono a galla ancor più prepotentemente i problemi non affrontati (calo delle vendite e della pubblicità, diffusione dei nuovi media). Il problema della crisi dei giornali sta tutto qui: non aver saputo affrontare a tempo debito le criticità del settore e aver chiuso gli occhi di fronte a un mercato in profonda trasformazione. Perché gli editori di giornali non si sono accorti di questi cambiamenti?
Innanzitutto perché in Italia non esistono editori di giornali puri ma imprenditori che operano in tutt’altri settori che hanno investito nei giornali per interessi politici o d’immagine. Ciò ha permesso che in un periodo economicamente florido in cui vendite e pubblicità si attestavano su cifre importanti (per intenderci fino ai primi anni del XXI secolo), nella stragrande maggioranza delle testate fossero sostenute spese, se non ingiustificate, certamente esagerate. Se a ciò si aggiunge l’erogazione di milioni di euro di contributi pubblici a testate con vendite irrisorie, il risultato è presto fatto.
Agli errori nella gestione economica e manageriale dei giornali si sono sommate scelte editoriali ancor più gravi.
Innanzitutto il ritardo con cui si sono comprese le potenzialità di internet e l’errore – forse il più grave in assoluto – di permettere la diffusione delle notizie online gratuitamente. Tra i lettori si è così creata la percezione che le notizie potessero essere lette gratuitamente senza dover spendere 1 euro ogni giorno in edicola. Gli editori snobbavano internet e lo consideravano uno strumento in più in cui non c’erano opportunità di guadagno, tanto le vendite in edicola erano alte e gli incassi pubblicitari pure. Quando si accorsero dell’errore, era ormai troppo tardi. Nonostante ciò si continuò per vari anni a non cambiare l’impostazione dei giornali, non capendo che con l’avvento di internet l’intero mondo dell’informazione era destinato a cambiare per sempre. Solo negli ultimi anni ci si è resi conto che quasi più nessuno compra i giornali per conoscere le notizie che il giorno precedente sono diffuse con immediatezza sul web, nei canali all news e in radio, ma per approfondirle e capire le ragioni per cui sono avvenuti determinati eventi.
I giornali devono svolgere sempre di più il ruolo che un tempo era dei settimanali: approfondimento, inchieste, interviste esclusive, contenuti inediti, solo così non sono destinati a morire.
I quotidiani devono orientarsi verso edizioni con una foliazione ridotta durante la settimana, agile, snella e rivolta a un pubblico di lettori che ha sempre meno tempo da dedicare alla lettura e uscire nel fine settimana con un’edizione ricca di pagine e contenuti (si tratta di un modello già ampiamente diffuso nel mondo anglosassone).
Infine un’altra delle motivazioni per cui i giornali sono in crisi è la mentalità di gran parte dei giornalisti che, così come gli editori, non hanno compreso che il modo di fare giornalismo è radicalmente cambiato negli ultimi anni, rimasti attaccati a vecchi privilegi e consuetudini.
In molti non hanno capito la necessità del confronto con i lettori che sono sempre più abituati, grazie a internet e ai social network, ad avere un ruolo attivo – e non più passivo come un tempo – nella lettura delle notizie. Rispondere a un lettore che chiede delucidazioni in merito a un articolo è, prima che un segno di educazione, un dovere del giornalista. Allo stesso modo comprendere che fare giornalismo non significa solo scrivere articoli in redazione ma conoscere i propri lettori, comprendere le loro necessità e problematiche.
I giornali, per continuare a uscire e avere un pubblico anche nei prossimi anni, dovranno tornare a svolgere il ruolo per cui sono nati: servire i lettori.
 
NdR

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