giovedì 20 agosto 2015

Thermopolium: quando a Pompei e Ercolano inventarono il bar e il fast food

Non crediate che l’esigenza di fermarsi a prendere uno spuntino o a bere qualcosa fuori casa sia un’invenzione tutta contemporanea dettata dai ritmi lavorativi frenetici o dalle mode. Del resto il primo ristorante di fish and chips moderno fu aperto in Inghilterra già nel 1860. In realtà per ritrovare un modello di ”mangia e bevi” fast, vale a dire un’idea funzionale di ristorazione rapida – che non fosse però il semplice street food, diffuso da sempre in tutta l’area mediterranea, bensì qualcosa di più strutturato, con appositi locali dedicati – l’Occidente non avrebbe dovuto neppure aspettare i food dealer di Sua maestà la Regina Vittoria: per scoprirlo basta che facciate un salto temporale di duemila anni trasferendovi idealmente nelle vie affollate delle antiche città vesuviane di Pompei ed Ercolano e vi immaginiate sgomitanti fra tuniche, toghe e mantelli, all'ingresso di un thermopolium. Oppure, ancora più semplicemente, recatevi a Pompei (ne ha ben 89) o ad Ercolano a visitarne uno fra quelli sopravvissuti alla furiosa eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
La parola thermopolium ha una evidente derivazione greca (da ϑερμοπώλιον, sostantivo composto da ϑερμός “caldo” e πωλέω “vendere”) ed indica un luogo di ristoro dove era possibile acquistare bevande e cibi pronti per il consumo. Si trattava di un locale per lo più di piccole o medie dimensioni caratterizzato fra l’altro dalla presenza di un bancone in muratura nei pressi dell’ingresso, spesso rivestito di marmi colorati disposti ad opus incertum o a lastroni simmetrici, nel quale erano incassate delle grandi anfore di terracotta, destinate a contenere vivande. Preso alla lettera, il termine thermopolium, allude alla rivendita di cibi e bevande calde, ma in questo tipo di locale era possibile trovare anche bevande fredde e altri generi di conforto. Praticamente è stato l’antesignano dei moderni bar, fast food e tavole calde.
Il thermopolium riprendeva in genere la struttura delle botteghe pompeiane, con un ampio vano d’ingresso e il citato bancone disposto ad angolo retto, con un lato rivolto verso la strada. Nel banco erano incassati dei doli di terracotta (grandi anfore) per la conservazione temporanea di cibi e bevande, mentre sul ripiano e su mensole a parete era diffusa la presenza di fornelli con caldaie in bronzo, vasi in terracotta, in vetro e in metallo mentre, sospese all’architrave sopra il banco, oscillavano lucerne ad olio (talora di forma fallica, in funzione evidentemente apotropaica, cioè contro il malocchio). Non di rado in locali retrostanti era possibile anche sedersi per consumare il pasto.
Uno dei più grandi e bei thermopolia esistenti a Pompei è senza dubbio quello di Lucius Vetutius Placidus, affacciato sulla centralissima via dell’Abbondanza, al n. 8. Vi spicca il bancone decorato con marmi colorati di recupero e munito di ben sei doli incassati. Sullo sfondo si impone allo sguardo un bellissimo larario affrescato (un’edicola votiva) nel quale, oltre all’officiante affiancato dai Lari danzanti, figurano sui lati Mercurio (dio del commercio) e Bacco (dio del vino) e, accanto ad un altare cilindrico, due serpenti agatodemoni. Un’altra particolarità di questo thermopolium è l’utilizzo di uno dei doli come cassa; al suo interno sono infatti state rinvenute 1385 monete, oggi custodite nella sezione numismatica nel Museo Archeologico di Napoli.
Data la numerosa frequentazione di questo genere di locali non era raro che sulle loro facciate campeggiassero messaggi elettorali vergati a mano in modo calligrafico, come quello che caldeggiava l’elezione di un certo Lollio Fusco, visibile sul thermopolium di Asellina, splendidamente conservato ed anch’esso affacciato su via dell’Abbondanza. Nel suo caso va registrata anche un’altra peculiarità e cioè la presenza, al piano superiore, di stanze dov’era possibile consumare rapporti sessuali con le ragazze al servizio della padrona (lo si è dedotto da esplicite iscrizioni graffite sulle pareti del locale), fanciulle i cui nomi – Maria l’ebrea, Egle la greca e Smiryna l’asiatica – figurano anch’essi tracciati sul muro. Ma oltre a questo servizio “speciale”, ad essere rinomato era anche il vino di Asellina, caldo d’inverno e fresco d’estate per la neve che vi veniva aggiunta, dando forma ad una squisita granita ante litteram.

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