lunedì 19 giugno 2017

È ancora possibile fare lo scrittore senza essere social?

Oggi la figura dello scrittore non è più quella di una volta e a chi scrive viene chiesto di partecipare, di essere attivo sui social network, di volersi e sapersi promuovere sfruttando tutti gli strumenti tecnologici, e non solo, che la società moderna mette a disposizione. Tra reading, festival e presentazioni da una parte e social media dall'altra, la comunità letteraria diventa sempre più presente, addirittura invasiva, e sono in molti a chiedersi se, davvero, sia necessario essere parte di questa comunità in continuo fermento. Necessario forse no ma, di sicuro, determinante e utile sì.
Chi guarda con un misto di sospetto e preoccupazione non solo ai social network ma anche a tutta quella serie di eventi a cui uno scrittore di oggi è caldamente invitato a partecipare, si difende dicendo che l’arte della scrittura è già di per sé un’ottima forma di comunicazione. In quanto tale, l’arte dello scrivere renderebbe superflue certe “comparsate”, che non solo rischiano di nuocere all'arte stessa ma, addirittura, la rendono quasi banale, più povera, come se laddove si ospitano reading e incontri letterari, le parole dello scrittore si degradassero, perdessero vigore. A questo punto occorre, secondo me, chiedersi per chi e per quale ragione scrive uno scrittore. Lo fa per sé o lo fa anche per gli altri, per comunicare qualcosa agli altri, per instaurare con questi un legame e aumentare così il senso di esperienza condivisa? Perché se scrivere è un’attività che va oltre il mero “creare qualcosa” ma ha fra i suoi obiettivi quello di entrare in contatto con gli altri, di creare una relazione di maggiore o minore empatia con chi legge, allora è quantomeno auspicabile che uno scrittore voglia essere parte di una comunità, una comunità in cui social ed eventi come presentazioni e reading sono sì occasioni per promuoversi, ma anche momenti di confronto, discussione e riflessione. Quando, allora, uno scrittore può (e deve) scegliere la solitudine? Secondo me, quando pensa e partorisce la sua storia. Ecco, nella fase di gestazione di un romanzo, lo scrittore ha bisogno di un locus amoenus, personalissimo e possibilmente lontano dal chiasso mediatico e non solo, in cui stacca letteralmente la spina e si dedica, come un artigiano paziente, alla creazione. Per il resto, è doveroso superare timidezze e ritrosie ed “essere social” per uno scrittore moderno. Non che la scrittura non sia, già di suo, una forma sufficiente di comunicazione (per fortuna, i libri e le idee hanno una vita un tantino più lunga dei tormentoni musicali dell’estate), ma in un mondo in cui tutto è sempre più liquido e più rapido, è bene tenersi stretti la propria fetta di terreno, ricordare agli altri di esserci e partecipare (magari dosando la presenza), tanto a eventi letterari quanto in rete. Gli scrittori più timidi o reticenti possono sempre contare sulla loro casa editrice che, con un ufficio stampa efficiente, almeno risparmia la fatica della gestione dei social media.

Da lettrice e traduttrice, guardo in effetti con più interesse agli scrittori attivi che si fanno vedere alle fiere, ai festival, ai reading. La partecipazione di uno scrittore a eventi letterari e in rete, infatti, non può che rappresentare un vantaggio, per chi scrive e per chi legge. Chi scrive ha modo di creare empatia con chi legge e stimolarne la curiosità. Il lettore ha, invece, la possibilità di scoprire retroscena inediti, di capire quanto dello scrittore c’è in una storia e di penetrare fra le righe.
In definitiva, la solitudine e l’essere “poco social” appaiono come un lusso e una scelta che possono permettersi solo gli scrittori che hanno un nome, che si sono già costruiti e sono autori di successo. Tutti gli altri devono abituarsi a convivere con e nella comunità, superare timidezze, disagi e innocenti forme di snobismo perché, al giorno d’oggi, esserci, farsi sentire, vedere e partecipare, sono, senza dubbio, parte del gioco e facce del nuovo modo di essere autori.


Nicoletta Ferri

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