venerdì 23 giugno 2017

La dialettica pubblica è divorata dall’ignoranza?


di Alessio Follieri

La cultura può insegnare un qualcosa di fenomenale, importante e irrinunciabile: la critica. Lo spirito critico, lo sanno bene i filosofi e gli studiosi di filosofia è “l’utensile” fondamentale di qualsiasi pensatore, almeno come il bisturi per un chirurgo. Purtroppo la critica è diventata la nemica numero uno della dialettica pubblica, e quando mi riferisco a questo aspetto, faccio chiaro riferimento a tutto ciò che può essere condiviso pubblicamente on line, o che apprendiamo dai media principali. E' meraviglioso il concetto espresso dal filosofo K.R. Popper "Io credo che tutti gli uomini siano filosofi, anche se alcuni lo sono più di altri”, sottoscritto anche in modo esaustivo da Gramsci. Occorre uscire dal pensiero stretto e rigoroso che l’essere implicitamente “filosofi” implica necessariamente aver letto: Platone, Aristotele,
Kant, Cartesio etc… L’essere filosofi ha un senso più ampio e profondo, implica la natura stessa dell’attività di pensiero di un individuo che sviluppa una propria filosofia di vita e almeno questo è un qualcosa che facciamo tutti. Quando parliamo di “dialettica pubblica” ossia di quegli argomenti che sono collettivamente condivisi e condivisibili, diventa d’importanza estrema l’approccio critico degli individui. E’ in questo senso che la “critica” può diventare estremamente pericolosa, soprattutto quando ci riferiamo al dibattito politico e lo vogliamo o no, ci piaccia o meno, questo condiziona in modo prevaricante la società in cui viviamo.
Una semplice valutazione critica sperimentale è sufficiente per rilevare come la dialettica pubblica è determinata da estremi: “bianco o nero”, “giusto sbagliato”, “il buono o il cattivo”, tali estremi spesso sono suffragati per il mantenimento di una propria leadership ideologica, politica o commerciale, che acquisisce inevitabilmente consensi e addirittura essa stessa si conforma sulla base di avere come unico risultato, l’acquisizione di un consenso di massa. Questo è diventato un atteggiamento prevaricante e trasversale in ogni forma di dialettica e ha una risoluzione piuttosto ovvia e potente: esige una massa ignorante. Una massa acritica, ossia che non è più in grado di porre in esame le idee, soprattutto non lo fa più con una valutazione propria dettata dalla ragione ma segue maggiormente le pulsioni emotive. Questa metodologia che può apparire come conseguenza dettata da una casualità trascendentale, è invece nostro malgrado sistematica.  Si configura che La folla ama il sistema. La folla vuole afferrare tutta la verità, e siccome non può comprenderla, crede volentieri” citando Lev Tolstoj. 

Chi ricorda qualche decennio fa il dibattito sulla pubblicità e le sue funzioni, che nasceva sul fronte di un impulso sistematico al consumismo moderno. La pubblicità si sviluppa in funzione e con la perseveranza tipica nel cercare una comunicazione diretta ovviamente non agendo sullo spirito critico, ma sull’emotività, il cui consenso si verifica con l’acquisto del prodotto. Come ampiamente discusso da Z. Baumann la nostra è la generazione degli ”Homo consumens” in una “società liquida” del “tutto e subito”, coinvolta maggiormente a consumare e schiava dell’ assenza di tempo, con una ripercussione negativa sul contenuto che è il pilastro fondamentale della “ragione”. In un sistema collettivo che vede ormai una crisi sostanziale di valori, che privilegia l’apparire sull’essere, che subisce maggiormente l’azione della comunicazione invece dei suoi contenuti, si profila “l’elogio all’ignoranza” e per il sistema che cerca di dominare la collettività è meglio così. Quello che emerge nell’epoca contemporanea è il credo diffuso nella dicotomia della dialettica pubblica: se non è A è B. Se non la pensi in questo modo allora sei dell’altra sponda, per dirla in termini semplici sono fuori tutte le sfumature concettuali e le linee di mezzo che molte volte ci sono o in casi più estremi quando la ragione delle cose è da tutt’altra parte e quasi mai rappresentata. E’ vero che spesso la verità è scomoda e propone modelli non semplicistici, ed è altrettanto plausibile che la verità in molti casi non è molto popolare e accattivante, ma innegabilmente è, e resterà, l’unica via per la maturità. Un obiettivo dal quale ci stiamo inesorabilmente allontanando. 

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