mercoledì 14 giugno 2017

La prima vittima dei cambiamenti climatici è il Melomys rubicola

I cambiamenti climatici causati dall’uomo hanno fatto la prima vittima.

Si tratta del Melomys rubicola, roditore che aveva il suo habitat in una piccola isola corallina dello Stretto di Torres, braccio di mare a metà strada tra l’Australia e la Nuova Guinea. “​Con ogni probabilità la causa dell’estinzione di questo animaletto è da imputare al cambiamento climatico antropogenico – ha spiegato Luke Leung, scienziato dell’University of Queensland -. Il livello del mare si è innalzato, andando ad allagare parte delle zone abitate dal Melomys rubicola. Questo è il primo caso documentato di estinzione di un animale per via delle dirette conseguenze del riscaldamento globale”.



Declino inesorabile

Il roditore era stato descritto per la prima volta nel 1845, durante le prime spedizioni in quella zona. Le descrizioni fornite al quel tempo erano state imprecise, tanto da averlo classificato solamente come “un grosso ratto”. Negli anni successivi, il Melomys rubicola era stato descritto con maggiore precisione. Specie notturna e terricola, la lunghezza del corpo era compresa tra i 140 e i 160 millimetri. La coda, invece, misurava dai 145 ai 180 millimetri. Il peso del roditore, in genere, si aggirava intorno ai 100 grammi. Il declino della popolazione di Melomys rubicola è cominciato alla fine degli anni ’70. I dati raccolti indicavano che sull’isola, delle dimensioni di appena 5 ettari, abitavano non più di un centinaio di questi animali. Poi, nel 2009, l’ultimo avvistamento. Cinque anni più tardi, nel 2014, i ricercatori avevano condotto una ricerca per accertarsi che sull’isola il roditore fosse ancora presente, ma senza ottenere alcun riscontro. Oggi l’Unione per la conservazione della natura ha inserito questo animale tra le specie estinte. “Si tratta di un caso significante, perché mostra come i cambiamenti climatici influenzino in tempo reale l’ecosistema planetario “, ha spiegato a riguardo Anthony D. Barnosky, professore dell’università californiana di Berkeley.


GIANLUCA GROSSI

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