giovedì 6 luglio 2017

Chi sono gli assassini

Captagon, parola sconosciuta alle masse, è il nome di un’anfetamina che costituisce la benzina del motore cerebrale degli assassini di oggi che trucidano senza pietà, bestemmiando in nome di Dio. Dalla pillola blu che esalta la virilità sono passati alla meno costosa, ma molto più nefasta, pillola bianca che cancella la paura, la stanchezza, la fame e il dolore, il nuovo elisir che conferisce una sensazione di onnipotenza, esaltando e moltiplicando l’aggressività e la ferocia propria dell’animale. Gli esecutori di tutte le stragi che hanno insanguinato in questi ultimi anni varie città nel mondo sono imbottiti di questa sostanza, molto diffusa in Medio Oriente con laboratori di produzione in quella parte di Siria sotto il controllo dell’ISIS, così come fecero i loro progenitori del XIII secolo. La parola
assassino usata in Occidente fin dal 1300, e citata da Dante nell’inferno (XIX, 50) ”… io stava come ’l frate che confessa lo perfido assessin, …” non è di origine latina o greca perché in queste lingue per indicare l’omicida violento esiste il vocabolo sicarius, o androdaiktos e l’equivalente del verbo assassinare è occidere, trucidare, necare o apokteino. Dunque da dove viene l’espressione assassino? Chi abbia letto il Milione di Marco Polo ricorderà il personaggio indicato come il Vecchio della montagna (Hasan- i-Sabah), capo carismatico della setta eretica degli "ismailiti" composta da fanatici sanguinari che nel 1109 s'impadronì della fortezza di Alamut (nel nord dell’attuale Iran, tra Teheran e il mar Caspio), da cui estese il controllo non solo sulla Persia, ma anche sulla Siria. Secondo le fonti storiche arabo-persiane e persino cinesi, il gruppo dei suoi seguaci veniva indicato col termine di "hashishiyyah" cioè gente dedita al consumo dell’hashish e i singoli membri erano chiamati hashishin, da cui il vocabolo entrato nelle lingue europee. Le stesse fonti asiatiche, riprese da Marco Polo, testimoniano il potere assoluto esercitato da Hasan, manipolatore delle menti dei suoi seguaci, scelti per fedeltà e coraggio, sottomessi attraverso l’indottrinamento e l’addestramento fisico, indotti fanaticamente all’omicidio politico in azioni violente, singole o di gruppo, attraverso l’inebriamento da stupefacente per entrare nel paradiso ricco di divertimenti e piaceri infiniti con sesso e cibo a volontà, tra fiumi di latte e miele. In questo luogo fantastico si poteva entrare solo attraverso il compimento della missione omicida-suicida, specialmente contro altri musulmani scismatici o infedeli. Gli assassini dovevano impressionare il popolo e perciò erano obbligati ad operare scopertamente in modo spettacolare, in luoghi frequentati (mercati e moschee) preferibilmente di venerdì, giorno sacro dell’Islam (quale tragica, singolare analogia con i fatti di Parigi!). Celebre fu il tentativo fallito di assassinio di Saladino, Sultano d’Egitto e Siria, che aveva cinto di assedio Aleppo nel 1176 durante la terza crociata. Gli assalitori furono uccisi sul posto dalle guardie e la serenità con cui affrontarono la morte rivelò quanto potente fosse l’allucinogeno che avevano assunto (anche qui l’analogia è impressionante con il fallito attentato dinamitardo allo Stade de France ove era presente Hollande!). Furono i mongoli di Hulagu Khan, nipote di Gengis Khan ad espugnare e radere al suolo la fortezza di Alamut, ritenuta fino ad allora imprendibile, ed a massacrarne tutti gli abitanti. Dopo una sporadica resistenza, anche gli altri castelli-fortezze della setta caddero e degli “assassini” non si sentì più parlare in Medio Oriente per secoli. Ma l’uso dello stupefacente somministrato per stordire, quanto più possibile, coloro che sono destinati alla morte è rimasto vivo negli ambienti militari. Forse che nelle trincee della prima guerra mondiale non erano distribuite anfetamine per far vincere la paura e poter mandare i soldati all’inutile assalto di reticolati incontro a morte certa? E quando non erano più disponibili gli stupefacenti veniva raddoppiata la razione di cognac o di grappa, così come nel XVI secolo facevano i pirati con il rum prima di ogni arrembaggio. La stessa cosa si è ripetuta durante la seconda guerra mondiale per non parlare delle guerre di Corea e del Vietnam in cui tutti i soldati o quasi facevano uso di droga. Da una decina di giorni, in ogni occasione di cerimonia o incontro pubblico dentro e fuori di Francia, si sentono risuonare, in segno di solidarietà con le vittime della carneficina al Bataplan di Parigi, le note della Marsigliese, canto rivoluzionario contro la tirannia, emblema e simbolo della rivoluzione francese, dello spirito laico e repubblicano, dei valori universali di libertà, uguaglianza e fratellanza. Eppure fu proprio quella rivoluzione ad essere passata attraverso la fase del Terrore, che costituì un regime piuttosto che un movimento politico clandestino. Prova che un popolo intero può essere influenzato da un sentimento sociale diffuso, tenuto sempre vivo da un gruppo di uomini che lo sfrutta per manovrare la nazione. La storia è stata sempre stracolma di casi di tirannicidi, regicidi o di detronizzazioni violente di governanti, dagli imperatori romani raramente morti di vecchiaia, ai Califfi arabi, ai dogi come Marin Faliero, ai re come Carlo I Stuart, alle ripetute defenestrazioni di Praga ecc., ma il Terrore anziché esaurirsi nel ghigliottinamento del re, della regina e della nobiltà, tracimò nel rimodellamento dello spirito nazionale francese. Per ironia della sorte, che mostra tutta la sua perfidia in questi giorni, durante il secondo impero di Napoleone III la Marsigliese fu ritenuta una canzone inappropriata come inno nazionale e fu sostituita da un’aria composta dalla madre dell’imperatore, Ortensia de Beauharnais, chiamata “partant pour la Syrie”. Quelle dei militanti assassini dell’ISIS di oggi non possono essere considerate azioni di banditismo volto all’arricchimento o all’accaparramento di un bene, né manifestazioni di una rivoluzione popolare destinata a dare un nuovo leader e un nuovo futuro ai diseredati, ma costituiscono un fenomeno che per la sua forza propagandistica a livello mondiale, grazie all’enorme supporto mediatico, soprattutto per la facilità di reclutamento proprio in seno all’Europa attraverso la rete, potrebbe incidere per anni incutendo terrore sul modo di vivere occidentale anche se fosse sgominato. Negli ultimi tempi l’ISIS ha colpito a Tunisi, Beirut, Cairo, Sharm el Sheikh, Nairobi, Parigi e Bamako e poco ci è mancato che non portasse a compimento un’altra azione spettacolare a Bruxelles, centro nevralgico delle istituzioni europee e della Nato. Sono morte quasi 500 persone della società civile senza nessun ruolo o responsabilità nelle forze armate, nell’intelligence, nella politica, nella magistratura. Dunque lo scopo era quello di incutere terrore a 360 gradi. Perché? Questo secolo è iniziato con una esplosione a livello mondiale di terrorismo di matrice fondamentalista, sedicente islamica, ma nessuno si è posto il perchè. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Twin Towers di New York e al Pentagono a Washington, gli Stati Uniti, incapaci di una strategia politica che vada al di là della mera opposizione alla Russia, hanno risposto con la guerra in Afghanistan con l’obiettivo di distruggere le basi di al-Qaida e uccidere Bin Laden. Non contenti, hanno prima bombardato a casaccio il Sudan e poi hanno deciso, sotto la guida di Bush jr., succube degli ambienti più reazionari e delle lobby petrolifere, ossessionato dall’idea di un successo militare superiore a quello del padre contro Saddam Hussein, l’invasione dell’Iraq additato al mondo, con foto farlocche e fialette innocue esibite in Consiglio di Sicurezza, come il più pericoloso motore di al-Qaida e arsenale di armi di distruzione di massa batteriologiche e chimiche che non sono state mai trovate. Le due guerre costosissime in termini di vite umane, di distruzioni, di fondi sprecati (anche noi ne abbiamo sopportato il pesante fardello) sono servite a instaurare due governi fantoccio pro America, ma non a portare all'eliminazione di al-Qaida e del terrorismo internazionale. Anzi, la strategia della pura forza bruta statunitense non ha fatto altro che aumentare la popolarità dei Talebani e trasformare

L’Iraq, paese fino ad allora estraneo al terrorismo, in un vero e proprio focolaio di organizzazioni terroristiche, approfondire i conflitti interreligiosi tra musulmani (sciiti contro sunniti e viceversa), coagulare tutti i risentimenti antioccidentali. Lo stesso ex premier britannico Blair ha riconosciuto ora che  la guerra in Iraq fu un tragico errore e che se Saddam Hussein non fosse stato abbattuto oggi l’ISIS non esisterebbe. Non contenti di questi errori marchiani, gli Stati Uniti hanno persistito imperterriti in scelte politico-militari sbagliate, contando soprattutto sul fiancheggiamento di Francia e Gran Bretagna, con interventi militari in altri paesi come Libia e Siria senza porsi il problema del perché e del dopo. In Libia hanno fatto di tutto per detronizzare Gheddafi fino a consentire la distruzione di intere città e la disarticolazione del paese, poi, ucciso il dittatore, quando la Clinton, attuale aspirante alla Casa Bianca era Segretario di Stato, hanno cercato di fare il doppio gioco. Illudendosi di poter manipolare i gruppi politici e le tribù che volevano spartirsi lo spazio politico e le ricchezze del paese perseguendo la proiezione gheddafiana nel Sahel, ricco di petrolio, gas, oro e soprattutto uranio, hanno praticato la solita politica del governo fantoccio affidato al generale Haftar, incuranti del sentimento popolare, con ciò provocando l’assalto all’ambasciata americana che è costato la vita all’ambasciatore Stevens, trucidato insieme agli agenti segreti che operavano sotto copertura diplomatica. E’ credibile che con tutto il loro sofisticato apparato di spionaggio, che ha messo sotto controllo addirittura i telefoni della Merkel e di Hollande, non siano stati capaci né di intercettare i rivoltosi, né di prefigurare una soluzione che non fosse l’appoggio al solito generale americanizzato catapultato da Washington a Tobruk in opposizione all’altro governo creatosi spontaneamente a Tripoli? In Siria, commettendo la stessa scelta scellerata fatta 30 anni prima in Afghanistan di armare i Mujahidin contro gli invasori sovietici, nella guerra di resistenza dal 1979 al 1989, costata 2 milioni di morti e 5 milioni di profughi, hanno sostenuto, finanziato e incoraggiato la resistenza siriana contro Assad ponendo le basi per la nascita dell’ISIS, senza ipotizzare che cosa sarebbe accaduto dopo, e senza prevedere le reazioni della Russia che da tempo immemore ha una base navale militare a Latakia, nelle acque siriane, o della Turchia che è membro della Nato.Pur di distruggere il regime siriano di Assad e di bloccare le ambizioni dell’Iran, suo alleato politico-religioso, gli hanno messo contro una rivoluzione sunnita (appoggiata da Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Turchia) ed hanno chiuso gli occhi davanti alla efferata piega barbarica delle azioni militari dei combattenti dell’ISIS. Accortisi del tragico errore di valutazione, con la acquiescenza degli alleati anglo-francesi, hanno spinto sull’acceleratore per fare la pace con l’Iran sciita, a cui avevano già regalato una specie di protettorato sull’Iraq, perché partecipasse al contenimento del califfato islamico, senza rendersi conto che avrebbero innescato la rivitalizzazione degli Hezbollah del Libano. Molto ridicolmente il nostro ministro degli esteri Gentiloni dice di rifiutare di chiamare Stato Islamico l’ISIS (sigla inglese di Islamic State of Iraq and Syria) preferendogli la denominazione araba di Daish, senza sapere che questo è l’acronimo appunto in arabo di Stato Islamico di Iraq e Siria (Dàulat Islamìyah Iraq Sham). L’ISIS si è reso autonomo da al-Qaida nel 2013 sotto l’autorità di Abu Bakr al Baghdadi, già prigioniero degli americani in Iraq nel campo Bucca e poi diventato loro collaborazionista tanto da essere ritratto in una foto circolante sul web nientemeno che con il Senatore McCain. Il suo obiettivo dichiarato è quello di cancellare ogni traccia del colonialismo occidentale a partire dai confini artificiali tracciati nell’area dall’accordo segreto Sykes-Picot del 1916 e tornare al Califfato sopprimendo gli islamici scismatici. All’ISIS che controlla un territorio a macchia di leopardo da Aleppo (Nord della Siria) fino a Dyala (Est dell’Iraq) in cui vivono 6 milioni di persone, hanno aderito più di 80.000 combattenti con alcune migliaia di volontari provenienti oltreché da vari paesi arabi anche dall’Europa e dalla Cecenia. L’ISIS ha sostituito in tutte le attività l’amministrazione preesistente (dalla sanità ai servizi idroelettrici) e grazie ad una raffinata tecnica di uso dello strumento informatico e cinematografico è riuscito ad imporsi all’attenzione del mondo. Il suo patrimonio in miliardi di dollari (accumulati con la confisca di tutti i depositi e riserve nelle banche irachene e siriane depredate nei territori conquistati, con il riciclaggio, con i proventi dal business della vendita dei tesori archeologici, con le donazioni da oltre confine, con la decima imposta ai cittadini) può contare sull’introito giornaliero di vari milioni di dollari grazie al contrabbando di petrolio. La Turchia, il Qatar, il Kuwait, gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita (tutti alleati degli americani)  sono i principali artefici del successo dell’ISIS grazie anche alla complicità dei loro conglomerati affaristico-finanziari. La CIA e gli altri servizi alleati pur sapendo che l’ISIS aveva inglobato gran parte dell’esercito iracheno sbandato, fedele a Saddam Hussein, con relativi arsenali forniti dagli americani e gran parte di quello siriano messo su come Esercito Libero anti Assad, hanno segnalato la cosa ai rispettivi governi perché intervenissero? Perché non è stato bloccato il mercato clandestino di armi e munizioni con pagamenti in contanti o attraverso le banche degli Emirati, del Kuwait e del Qatar? A dispetto delle roboanti dichiarazioni di Obama, di Hollande e di Cameron per mesi è andato avanti  il trasporto via mare di centinaia di containers di armi e munizioni fino ai porti di Bengasi o di Misurata, per poi essere trasferiti con aerei arabi senza insegne negli aeroporti al confine siro-turco allestiti appositamente dai servizi di Ankara per le operazioni di scarico e successivo smistamento via camion verso i territori controllati dell’ISIS e per mesi intere colonne di autobotti hanno fatto la spola tra Mosul e la Turchia. Tutte operazioni complesse, che hanno avuto bisogno di una struttura logistica, per consentire all’ISIS di condurre una guerra di movimento e di eludere l’intercettazione dell’aviazione siriana. E’ credibile che tutta questa attività possa essere sfuggita al controllo dei servizi segreti occidentali o non è piuttosto la prova della benevolenza soprattutto americana, verso gli alleati del Golfo, nel chiudere gli occhi di fronte agli acquisti di sofisticati mezzi di comunicazione, di centinaia di fuoristrada 4x4 per la movimentazione di migliaia di combattenti, di armi leggere e pesanti, di veicoli blindati o addirittura di carri armati i cui filmati hanno fatto il giro del mondo? Tutti ricordano la decisione del 1991 adottata dagli USA, dall’UE e dalla NATO di bloccare ogni conto corrente e i beni dell’Iraq per punirlo dopo l’occupazione del Kuwait. Un’uguale decisione avrebbe dovuto essere assunta subito dopo le testimonianze delle drammatiche atrocità dell’ISIS, mettendo un filtro strettissimo su ogni movimento di capitali tra banche occidentali o di Emirati del Golfo ed interrompendo qualsiasi traffico commerciale con quei paesi. Insomma, in poche parole, è impensabile che la Casa Bianca, il Pentagono, la CIA, lo spionaggio inglese e francese non si siano accorti che lo Stato Islamico, in termini organizzativi era passato dal piccolo cabotaggio alla guerra totale per il controllo territoriale e per la destabilizzazione dell’Occidente con l’arma letale del terrorismo. La domanda a cui bisognerebbe rispondere è questa: siamo in grado di mantenere la tensione morale per decenni, come fecero i romani con le guerre puniche, per liberarci di questo flagello? Siamo pronti a rinunciare a molte agiatezze e comodità dei nostri giorni pur di estirpare questo cancro? A questa domanda non si può dare la semplicistica, ma terribile, risposta del bombardamento permanente. Se non cambierà l’approccio con cui interfacciarsi con il mondo estraneo ai nostri valori socio-culturali, alla nostra tradizione giuridica, all'illuminismo e al riformismo che hanno garantito il nostro sviluppo, esso potrà risorgere dalle ceneri come l’araba fenice, anche a distanza di secoli come è stato appunto per gli hashishiyyah, e tornare a terrorizzare intere popolazioni con atti clamorosi di violenza indiscriminata premeditata (uccisioni, sabotaggi, stragi, sequestri, attentati dinamitardi, attacchi batteriologici, chimici, agenti inquinanti, virus ecc.)...


Torquato Cardilli 

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