sabato 8 luglio 2017

Dee di Pietra?


Nata dalla spuma del mare Afrodite nel mito classico ha incarnato l’archetipo della vita e della bellezza, che attraverso l’amore feconda e si perpetua all’infinito. Accanto a lei, Cibele, incarna la Magna mater per eccellenza, è la terra da cui tutto si genera e a cui tutto ritorna, inizio e fine, vita e morte, immagine dell’imperituro ciclo esistenziale. Andando indietro nel tempo, però, le due dee, i due archetipi si confondono nell’unica immagine delle Grandi Madri. Ma chi erano veramente queste dee di pietra? Cosa rappresentavano nell’immaginario degli uomini del paleolitico superiore e del neolitico?

Fine estate 2016 | Anatolia (Turchia). Nel sito archeologico di un’antichissima città, Catal Hoyuk, viene rinvenuta una statuetta in marmo che ritrae una figura femminile, risalente ad un epoca compresa tra i 6500-6300 anni fa, che ricorda quella delle Grandi Madri preistoriche. La donna ha le mani piegate sotto i seni. Ben delineati gli occhi e la bocca, a differenza di altre raffigurazioni simili nelle quali tali tratti sono completamente assenti come nel caso della Venere di
Savignano. Mani e piedi risultano nel complesso sproporzionati rispetto al resto del corpo. Anche l’ombelico ha una fattura grossolana, di forma triangolare con vertice in alto. Ben pronunciati sono i seni, i glutei e l’addome rigonfio. L’importanza di questa statuetta è legata non solo al fatto che è stata realizzata in pietra ma soprattutto che è stata intenzionalmente seppellita con un corredo di ossidiana, che fa pensare ad un gesto rituale. Alcuni ritengono che più che a una dea la figurina di pietra rappresenti un dato di realtà, ovvero un’anziana donna, come sembrano delineare la decadenza delle fattezze del suo corpo . Ci troviamo, dunque, di fronte a un rito per invocare una buona morte per una persona importante nella comunità o a un atto di rispetto nei suoi riguardi? Difficile dare una risposta. Infatti, i segni che vengono dal nostro passato remoto parlano lingue lontane che noi proviamo a interpretare con una lettura che per quanto ci sforziamo di rendere il più eclettica possibile in realtà è viziata dal nostro modo di guardare il passato.           
Il variegato panorama delle raffigurazioni delle Grandi Madri mostra comunque alcuni caratteri ricorrenti come i seni, il ventre e le natiche abbondanti. Questi tratti possono ritenersi una sorta di canone di bellezza? O forse le loro fattezze sono da intendersi più legate ad un canone simbolico che voleva raffigurare o auspicare prosperità e fecondità per il nucleo familiare e più estesamente per la collettività? In effetti le molteplici raffigurazioni che provengono dalla preistoria in qualche modo vogliono esprimere i vari aspetti del Grande Mistero della vita-morte, che è poi la forza della natura, la sua stessa essenza. Ogni statuetta attraverso i suoi tratti morfologici ne va a rappresentare i vari aspetti: creativo, rigenerativo, distruttivo e raccogliendoli insieme può ritenersi proprio il simbolo della simultanea ciclicità di questi eventi. Ogni Donna di pietra, quindi, è la raffigurazione di un’unità indivisa dei processi del Grande Mistero e forse questa unione veniva già percepita come un’entità diversa da sé e contenente qualcosa di divino. Il fatto stesso di essere state realizzate in pietra potrebbe rafforzare questo significato.      
Diceva Mircea Eliade che “la pietra è”, quasi a significare un principio di eternità. La pietra resta invariata nel tempo: era prima di noi e resterà dopo di noi! Una sorta di raffigurazione del divino. La scelta, quindi, di realizzare statue di pietra non è stata casuale.           
Qual è dunque il messaggio che i nostri antenati ci hanno tramandato? Volevano raffigurare davvero la divinità, la Dea Madre, la Cibele preistorica? O era solo un modo di riproporre la figura femminile esaltandone attraverso le forme il suo ruolo determinante nel dare la vita e nel nutrirla? Dalle testimonianze archeologiche fino ad ora rinvenute non compaiono mai immagini maschili a cui attribuire un altrettanto significato preponderante e dai manufatti sembrerebbe chiaro che la capacità della donna di dare la vita e nutrire con il proprio corpo fosse ritenuta sacra e venerata come metafora riassuntiva della creazione divina. Non veniva sempre delineata tutta la figura, ma non mancavano certo quelle parti del corpo femminile che in qualche modo evocavano la potenza generatrice. Così l’abbondanza di forme è legata proprio alla fertilità.        
Dalla notte del nostro passato le forme di pietra, immagini archetipali, raccontano un sentire antico, la meraviglia verso il mistero della vita e della morte, senso religioso e arte che trovano la loro sintesi nelle Dee di pietra.


FLAVIA SALOMONE

Rubrica: Cronache dal Pleistocene

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