lunedì 3 luglio 2017

La Turchia mette al rogo la cultura

Le purghe di Erdogan hanno colpito anche la cultura, in particolare le compagnie teatrali: è del 28 agosto la decisione della Devlet Tiyatroları, la Direzione ufficiale delle imprese nazionali di teatro in Turchia, di rimuovere dal calendario tutte le opere di autori stranieri, in quanto poco incarnano “lo spirito nazionale turco”.  Tra i nomi iscritti al nuovo indice dei libri proibiti, tra Shakespeare e Cechov appare anche Dario
Fo, il drammaturgo e scrittore vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1997. Questa ultima mossa di Erdogan, una vera e propria offensiva contro la cultura, ben ci fa capire la portata della deriva autoritaria che la Turchia sta prendendo, specialmente dopo il fallito golpe dello scorso 15 luglio. Più satrapo che presidente, si batte contro chiunque osi mettere in discussione la sua visione del paese, sia che riguardi scomode verità storiche come il genocidio degli Armeni – ancora fortemente negato -, sia che riguardi un testo teatrale. Erdogan in soli due mesi ha deciso di trascinare la Turchia indietro nel tempo, in una enorme caccia alle streghe che continua a non risparmiare nessuno, dai militari e le forze di polizia ai giornalisti, passando per insegnanti, magistrati e personale dell’amministrazione pubblica. Il tentato colpo di stato ha dato modo al presidente di potersi sbarazzare di tutti i personaggi scomodi del paese in un colpo solo, senza pudore, grazie allo stato di emergenza proclamato settimane fa e non ancora cessato: è così che rapidamente sta facendo sparire tutti coloro solamente sospettati di far parte della rete della presunta mente del golpe, uno dei suoi più grandi oppositori, Fethullah Gulen. Le cifre sono da brividi: solamente in questi ultimi giorni sono stati cacciati 8mila membri delle forze di sicurezza e 6mila dipendenti statali, che si vanno ad aggiungere ai quasi 29mila dipendenti del ministero dell’Educazione e 40mila dipendenti pubblici licenziati nelle ultime settimane. Purghe e caccia alle streghe bastano già da sole a portarci indietro di almeno una sessantina d’anni, a quando queste avvenivano nei grandi regimi totalitari, e certo non nel moderno e democratico 2016, dove l’immagine della Turchia che da anni cerca di entrare a far parte dell’Unione Europea stride ferocemente con quella di una paese dove è al vaglio la reintroduzione della pena di morte. Eppure di vedere la Turchia fuori dalla Nato non si discute, come anche di interrompere i negoziati con l’UE, come mai? Perché purtroppo è l’indispensabile ponte tra Europa e Medio Oriente, la cerniera tra Occidente e Oriente: fondamentale per la Nato dai tempi della guerra fredda, dove rappresentava il paese sentinella contro l’URSS; con il passare degli anni, e la conclusione del conflitto, la sua importanza non è diminuita. Ora più che mai sembra un alleato fondamentale non solo per arginare gli imponenti flussi di migranti e profughi che scappano dalle guerre che infiammano la regione, ma anche come mediatore con tutti i paesi medio orientali. Come spiega Dario Fo, che ironicamente definisce questa censura il suo secondo premio Nobel, «dietro la messa all'indice delle nostre opere c’è una manovra sola: cancellare la cultura democratica occidentale. E dunque cancellare la democrazia».  Siamo pronti a scendere a questo compromesso?


MARGHERITA SCALISI

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