martedì 11 luglio 2017

Occhio a cosa finisce nel piatto: i quindici cibi più pericolosi

Nell'era degli scambi globali è sempre più difficile tracciare con certezza il percorso che un cibo compie prima di arrivare sulla nostra tavola. È questo l’allarme lanciato da Coldiretti, che ha stilato una classifica dei cibi d’importazione più pericolosi che finiscono sulle nostre tavole. I rischi sono rappresentati dall'alta concentrazione di residui tossici, microtossine e diossine presenti in questi alimenti.

I terribili quindici
Al primo posto ci sono le nocciole della Turchia. La motivazione, in questo caso, è data dalla presenza di aflatossine oltre il limite. Seguono, per lo stesso motivo, le
arachidi di importazione cinese. Al terzo posto c’è il peperoncino indiano, pericoloso a causa dell’alta concertazione di pesticidi. Nel tonno e nel pesce spada spagnoli, quarti classificati, sono stati registrati valori oltre i limiti di metalli pesanti. Al quinto posto ci sono, poi, i fichi secchi e i peperoni provenienti dalla Turchia. Anche in questo caso, nei campioni sono stati riscontrati livelli di aflatossine e pesticidi ben oltre la soglia consentita. Sesto posto per i semi di sesamo dall'India: qui si parla addirittura di tracce di salmonella. Al settimo posto della classifica di Coldiretti ci sono i pistacchi iraniani mentre all'ottavo posto ci sono le fragole e le olive coltivate in Egitto e che, secondo le analisi, conterebbero tracce elevate di pesticidi. Al nono posto ai sono piazzati i pistacchi statunitensi mentre al decimo c’è un pesce, il pangasio allevato in Vietnam, per la presenza nelle sue carni di metalli pesanti. La classifica prosegue con il peperoncino cinese, i formaggi francesi, il novel food (vale a dire i “nuovi” alimenti come bacche di goji, semi di chia e stevia), il pollame allevato in Polonia e i broccoli cinesi.

Tutti pazzi per l’import
Secondo Coldiretti, sono quasi 10 milioni gli italiani che consumano con frequenza alimenti d’importazione e che, dunque, sono esposti al rischio di incorrere nel consumo di alimenti contaminati. «Occorre rendere pubblici i flussi commerciali delle materie prime provenienti dall'estero per far conoscere anche ai consumatori i nomi delle aziende che usano ingredienti stranieri – ha spiegato il presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo -. Questo permetterà anche di liberare le imprese italiane dalla concorrenza sleale». Oltre che di tutelare il consumatore.


ANGELO MOJETTA

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