venerdì 14 luglio 2017

Quanto ci manca il Caffè Rosati!

Forse sarà banale spiegare cosa sia un Caffè in generale, ma sarà più lecito far capire – specie alle generazioni più giovani – cos'era nel particolare il Caffè Rosati di Roma, non certo letteralmente bensì come simbolo di un'epoca scomparsa. Aperto in Piazza del Popolo nel 1911 nel secondo dopoguerra divenne ritrovo di letterati, politici, giornalisti, registi e artisti di diversa sorta, che tra una minerale, un caffè e un whisky si descrivevano e raccontavano con irriverenza la società nei suoi vizi, tabù e virtù. Chi erano questi intellettuali? Immaginiamo un tavolo composto dagli habitué Leo Longanesi, Mario Pannunzio, Federico Fellini, Ennio Flaiano, Eugenio Scalfari, il siciliano Vitaliano Brancati, Indro Montanelli, Alberto Moravia e più raramente sua moglie Elsa Morante, che conversavano con sferzante cinismo, facendo
battute al vetriolo, motteggi in cui si poteva sentire Pannunzio che diceva: «Com'è bello partire da Roma per poterci ritornare»; o Flaiano che affermava: «Siamo un gruppo di uomini indecisi a tutto»; e poi chiacchiere che sarebbero diventate film e romanzi di successo e alcune scudisciate che sarebbero rimaste storiche. L'elenco delle battute è vasto, mettiamo il dito nella piaga della nostalgia e ricordiamone alcune. Il giornalista Leo Longanesi, amante della polemica, aveva quel raro pregio di cristallizzare fatti e persone in una sola potente frase, una di queste riguardava il suo amico Montanelli in cui affermava: «Montanelli è uno che spiega agli altri quello che non capisce»; Ennio Flaiano, che potremmo definire l'anima di quel gruppo ampio di sarcastici intellettuali, era tra quelli che ne sparava delle belle e velenose, infatti si racconta che una volta uscendo da un teatro abbia detto: «Spettacolo pessimo, non sono riuscito a chiudere occhio», oppure è altrettanto leggendaria quella che all'annuncio di nuovo film di un regista noto e non confacente ai sui gusti esclamò: «Ah, ha fatto un nuovo film? Non vedo l'ora di perdermelo». Insomma, l'aria che si respirava era questa e tra cultura e cinismo, idee e opinioni, pettegolezzi e bizantinerie e vezzeggiamenti si tirava tardi la notte.
Ma perché questi signori avevano la necessità di riunirsi là e ora noi non riusciamo ad averne bisogno?
Dobbiamo subito ammettere che tavoli del genere, con lo spessore culturale di gran lunga inferiore, si possono trovare nei bar di provincia dove il proprietario è amico dei clienti bontemponi, quei locali che hanno ancora il biliardo, il telefono attaccato al muro e anziani che giocano a briscola, tutte cose dal forte e fascinoso richiamo anacronistico. Ma queste sono rarità assolute. Oggi la società è molto cambiata rispetto a quella del Caffé Rosati, basti pensare che i locali ora sono più luogo di consumo che di ritrovo, non si va per conversare (la musica altissima lo impedisce) ma si va per bere cocktail alla moda; pensiamo inoltre al forte disagio che si prova a stare molto tempo seduti ad un tavolo senza consumare nulla, o consumare una sola bottiglietta d'acqua, uno solo Spritz o un solo Mojito, o un solo Martini agitato e non mescolato per tutta la serata, quasi ci fa osservare dagli altri con sospetto, ci sentiamo guardati male dai camerieri. Sembra quasi che non adempiamo al nostro dovere: consumare, e non stare con gli altri.
I clienti del Caffè Rosati erano un mix di piacevoli contrapposizioni che l'epoca loro gli aveva concesso, avevano visioni politiche ideologiche, una certa impronta di laicità, idee liberali e progressiste, forse appartenevano ad un partito che riuscivano ancora a criticare e le loro opere contribuivano a rendere grande una Nazione. Conoscevano il beneficio costruttivo di una sana polemica, recitavano a memoria e scrivevano poesie, forse avevano codici comportamentali variegati ma facenti parte di una società che aveva voglia di capirsi, crescere e anche prendersi in giro; le diversità venivano notate, accentuate e diventavano elementi della personalità; e fino ad all'ora regnò l'arma della parola, quella scritta, ma soprattutto detta, la conversazione era un elemento imperante, un campo di battaglia in cui si periva o si sopravviveva ma sicuramente ci si distingueva.
Oggi, invece, quello che Pasolini chiamava l'omologazione ci ha reso solo utili utenti della società liquida moderna.

JIM TATANO


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