lunedì 3 luglio 2017

Si può “attraversare” la paura?

Il termine paura è utilizzato per esprimere un’emozione attuale, un’emozione prevedibile per il futuro oppure un semplice stato di incertezza. L’esperienza soggettiva, il proprio vissuto emozionale legato alle varie vicissitudini attraversate “veste” la paura di un forte senso di spiacevolezza e da un intenso desiderio di evitare quello stato d’animo. La paura è uno scalino intermedio che passa dal timore, la semplice apprensione e la preoccupazione ad ansia, panico terrore, traghettando quindi una semplice emozione in uno stato patologico.

Che cosa succede al nostro corpo quando abbiamo paura?

La tensione che può arrivare fino all'immobilità, generando in tutto il nostro corpo una situazione di allarme. La selettività dell’attenzione ad una ristretta porzione dell’esperienza vissuta ci mette in allerta. La focalizzazione della coscienza non riguarda solo il piano percettivo che abbiamo intorno. Gli occhi guardano, cercando di capire, l’orecchio percepisce i suoni anche nelle frequenze più basse, il respiro accelerato, il cuore che batte con una frequenza maggiore, la sudorazione. La coscienza si incentra anche su pensieri interiori che risultano statici. Tutto rimane immobile in uno stato di tensione che potrebbe esplodere con la fuga.

Ma dove nasce la paura?

Numerose ricerche empiriche dimostrano che qualsiasi situazione o persona o evento può esser vissuto come pericoloso. La variabilità è assoluta e la minaccia può generarsi dall'assenza, per esempio, di un evento atteso e può variare da momento a momento anche per lo stesso individuo. La paura può essere innata o attesa. I fattori fondamentali che accomunano questi due tipi di paure sono gli stessi: percezione e valutazione dello stimolo come pericolo. La differenza sta nell'origine degli stimoli: nella paura innata sono determinati da rumori intensi, prolungati e dal dolore. Il freddo, il buio, l’altezza, l’abbandono materno sono paure innate che generano situazioni di pericolo per la sopravvivenza dell’individuo o della stessa specie. Le paure apprese invece navigano su un altro fronte. Riguardano un’infinità di stimoli giudicati da un’esperienza precedente come pericolosi. Il meccanismo responsabile dell’acquisizione delle paure apprese è detto condizionamento che può trasformare un qualsiasi stimolo neutro in uno fobico mediante la pura associazione spaziale o temporale ad un stimolo che ha generato paura.

Cosa accade nel nostro cervello?

Se consideriamo la paura come un istinto biologico, il cervello agisce mettendoci al riparo da eventuali fonti di pericolo. Il nucleo centrale del cervello deputato a far scattare questo istinto è l’amigdala. È una zona che potrebbe assomigliare a una noce. L’amigdala è indaffaratissima perché è in comunicazione continua con la corteccia cerebrale (dà uno spessore o un colore ad ogni emozione) e con l’ipotalamo. È il centro effettore della quasi totalità delle risposte vegetative del corpo. L’amigdala è in contatto stretto e continuo anche con l’ippocampo. Una sorta di cabina di regia che regola la memoria di ogni singolo aspetto emozionale. Dalla comunicazione dei due avviene prima la schedatura delle esperienze e poi il loro impatto emotivo. Un cane che si avvicina senza padrone ha un impatto emozionale diverso da quello della polizia ferma sul bordo della strada in una zona isolata. L’amigdala valuta ogni situazione catalogandola come pericolosa o no. In caso positivo fa scattare il segnale di paura e quindi mette in allerta il nostro corpo. La paura non è solo un colore nero, ma ha una funzione positiva come il dolore. Entrambi segnalano uno stato di emergenza, preparando la mente ad attaccare o fuggire. In tutte le specie dei vertebrati superiori l’espressione della paura svolge la funzione di avvertire gli altri membri del gruppo e quindi richiedere aiuto o soccorso. Se la paura viene estremizzata però diventa fobica e si tramuta in uno stato psicopatologico. In questi ultimi dieci anni gli approcci sono stati diversissimi ma i due tipi di cura sono sicuramente un approccio compostamentista che mira all'eliminazione del sintomo della paura attraverso delle tecniche di familiarizzazione allo stimolo fobico. Sminuzzando la paura in tanti piccoli pezzi del puzzle per poi ricostruire l’evento. L’approccio cognitivista è finalizzato all'eliminazione della causa della paura e si rivolge alla percezione e alla valutazione degli stimoli reputati pericolosi. In tutti e due gli approcci quello di ritagliarsi spazi di aeree tranquille sembra portare giovamento alla paura intesa come fobia. Una sedia dove i segni del tempo hanno un effetto nostalgico o rassicurativo, un odore, una canzone. Sono luoghi di relax ma anche di fuga emotiva dal pericolo che però riappropriano il cervello della sua facoltà di analizzare spostando la situazione di paura verso una zona di ricordo piacevole che genera rilassamento. Una sorta di aerea verde dove rifugiarsi e riprendere il controllo.


SAMANTHA TERRASI

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