venerdì 14 luglio 2017

Vergogna & Dignità

L’anziana ed anonima signora, mesta “interprete” dell’articolo, s’allontana dopo aver rovistato nei cassonetti della Zona Stadio, a Verona. Sta per passarle accanto un gradasso SUV, con tutta la sua indifferente protervia. Verona – Cos’è la vergogna? 
Secondo “Garzanti Linguistica”, si tratta d’un “sentimento di mortificazione derivante dalla consapevolezza che un’azione, un comportamento, un discorso ecc, propri o anche di altri, sono disonorevoli, sconvenienti, ingiusti o indecenti”. Rincara il “Vocabolario Treccani”: la vergogna è un “sentimento più o meno profondo di turbamento e di disagio suscitato dalla coscienza o dal timore della riprovazione e della condanna (morale o sociale) di altri per un’azione, un comportamento o una situazione, che siano o
possano essere oggetto di un giudizio sfavorevole, di disprezzo o di discredito”.  E, ancora, cos’è la dignità? Sempre stando a “Garzanti Linguistica”, circoscrive una “nobiltà morale che deriva all’uomo dalla sua natura, dalle sue qualità e insieme rispetto che egli ha di sé e suscita negli altri in virtù di questa sua condizione”. Precisa meglio l’“Enciclopedia Treccani”: la dignità riguarda “la condizione di nobiltà ontologica e morale in cui l’uomo è posto dalla sua natura umana e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e che egli deve a sé stesso. La dignità piena e non graduabile di ogni essere umano (il suum di ciascuno), ossia il valore che ogni uomo possiede per il semplice fatto di essere uomo e di esistere è ciò che qualifica la persona, individuo unico e irripetibile. Il valore dell’esistenza individuale è dunque l’autentico fondamento della dignità umana”. Vergogna e dignità, dunque, due termini che hanno fatto a cazzotti il mattino di sabato 19 marzo 2016, nella Verona missionaria (cosiddetta) per antonomasia. Le foto pubblicate “raccontano” meglio delle parole il tragitto a piedi di un’anonima anziana, “avvistata” nel percorso da viale Manzoni a piazzale Olimpia (dove troneggia lo stadio “Marcantonio Bentegodi” e che ospita 261 – censiti – banchi e bancarelle del mercato rionale d’ogni sabato). Tratto durante il quale la signora ha rovistato in cassonetti e cestini dei rifiuti incontrati sul cammino alla ricerca di qualcosa che potesse andar bene al suo evidente stato di disagio e senza che nessuno dei “benpensanti” (da bravi “teorici della solidarietà”) di passaggio avessero avvertito almeno il minimo imbarazzo (da reprimere prontamente) per la toccante scena. Dopo averla casualmente scorta in viale Manzoni a frugare in contenitori per la raccolta differenziata di immondizie e cestini per pattume, ho parcheggiato l’auto per seguirla e fotografarne lo stanco camminare a debita distanza, auspicando l’occasione di poterla avvicinare per parlarle senza provocare in lei un qualche imbarazzo. Dopo aver curiosato in altri cassonetti e cestini, s’è infine fermata in piazzale Olimpia alla fermata d’un autobus, il n. 13 diretto a Montorio (frazione cittadina), tirando fuori e tenendo tra le mani il suo regolare biglietto. Constatato che stava tenendomi d’occhio perché s’era accorta del mio bonario pedinarla, ho deciso di farmi avanti chiedendole, con banale retorica, «Signora, ha bisogno di qualcosa?». La sua pronta replica in italiano, senza alcun accenno straniero, è stata perentoria: «No. Non ho bisogno di niente…» Non mi sono azzardato ad insistere e l’ho seguita con lo sguardo mentre, arrivato l’autobus, s’è accodata ad altri utenti per salire per poi obliterare prontamente il suo biglietto. E mentre il servizio di trasporto pubblico s’allontanava, ho riflettuto sulle definizioni di “vergogna” e “dignità” citate in precedenza. Vergogna per Verona (me compreso) ed i suoi burocratosauri che se ne infischiano di queste “sacche” di rintronante bisogno rigorosamente patito da concittadini/connazionali (perché, forse, non “fanno cassetta” e/o audience e/o business come quelle connesse alla “fobia migrantista” imperante) e dignità dimostrata dall’anziana veronese od italiana per disgraziatissima nascita e che, pur essendo in lapalissiane difficoltà al punto da racimolar qualcosa tra la spazzatura, ha nicchiato l’aiuto d’occasione d’uno sconosciuto (eventualmente accettabile proprio perché sconosciuto e, quindi, meno “invasivo” di propri decoro e riservatezza) dichiarando addirittura di non necessitare di nulla. Senza scomodare xenofobia o razzismo ma attenendosi ad un elementare realismo, avrebbe risposto così anche una qualche persona straniera nelle stesse condizioni? Intanto, mentre l’ignota anziana s’è adattata a rimestare tra i rifiuti per raccattare chissà cosa d’improbabile, andava in scena l’ennesima “raccolta alimentare” organizzata dal Comitato locale della Croce Rossa Italiana di Verona ed attuata da volontari dispersi nei vari supermercati. Anche se lo slogan “aiutateci ad aiutare chi è meno fortunato” pareva trasversale, quanti degli alimenti raccolti è finito o finirà per alleviare il malessere in drammatica crescita di tanti singoli e famiglie veronesi od italiani? Ed il sostegno con cibi ha riguardato o riguarderà pure l’anziana senza nome dalla grande e silenziosa dignità, costretta ad infilar la testa nei cassonetti ma con l’orgoglio e l’onestà d’aver pagato ed utilizzato un biglietto dell’autobus? Lo scetticismo è d’obbligo, come la delusione per le altere “figurine Panini” di Verona che guardano troppo spesso dall’altra parte, verso più utilitaristici riflettori…

CLAUDIO BECCALOSSI

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