venerdì 29 settembre 2017

Arriva dal Messico un progetto per il carcere di Bollate: risolvere i conflitti con l’aiuto della mediazione

Mantenere la tranquillità e la calma negli ambienti gremiti è essenziale e lo diventa maggiormente nei luoghi di detenzione, dove basta poco per scatenare litigi. Uomini e donne forzati in condizioni spesso critiche sviluppano rancori e malumori per molto poco, innescando reazioni a catena pericolose. Per disinnescare queste situazioni è stato sperimentato nel carcere di Hermosillo, città alla frontiera fra Messico e Stati Uniti, un programma di “mediazione tra pari” che punta alla risoluzione pacifica dei conflitti tipici che si verificano fra i detenuti. Nel
carcere di Hermosillo, dove si trovano circa cinquemila uomini, di cui quasi la metà colpevoli di reati connessi alla droga, i detenuti ritenuti più adatti al ruolo di mediatori vengono istruiti e seguiti da esperti per farli diventare dei punti di riferimento all'interno della comunità penitenziaria. Saranno loro che si faranno carico della risoluzione tranquilla ed incontestabile dei contrasti. Ristabilire la comunicazione dove si è interrotta o è tesa, è una tecnica basata sul dialogo che può diventare uno stile di vita, se a questo dialogo possono partecipare tutti ed i risultati raggiunti fino ad ora sono stati molto positivi, non solo per l’atmosfera intervallano della prigione, ma pure per la società che una volta assolta la pena, ha riaccolto i detenuti aiutandoli a tornare alla normalità. Questi dati confortanti hanno spinto il reparto di reclusione femminile di Bollate, in provincia di Milano ad avviare lo stesso progetto di mediazione in collaborazione con due associazioni di volontariato e di mediazione comunitaria nazionali. Da un anno quasi, si sta lavorando per istruire una decina di mediatrici, italiane, dell’America Latina e dell’Europa dell’Est che cominceranno la loro missione l’anno prossimo. Questo è il primo esperimento del genere in Europa, al quale, si spera, potranno seguire molti progetti simili già in cantiere.


Cristina Cordsen

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