lunedì 23 ottobre 2017

Il potere della mediocrità televisiva.

E’ innegabile il potere di suggestione sulla massa della tv. La Televisione suggerisce mode, ricostruisce modelli, genera punti di riferimento nuovi, comunica all’emotività, suscita gli umori. Chiusa nel suo circolo virtuale e falsificato, procede nel continuo processo trasformativo dal virtuale al reale.  Questo processo di trasformazione e di realizzazione di se stessa avviene tramite il telespettatore. E’ con il popolo dei telespettatori che il mondo televisivo oggettiva se stesso. Ed è qui che attua tutto il suo potere.
Un potere che il telespettatore stesso è
generalmente portato a negare, poiché l’illusione principale dello strumento televisivo consiste nella falsa condizione che il telespettatore con uno strumento “democratico” come un telecomando, possa scegliere cosa vedere e cosa no, determinando successivamente quale programma è per lui di maggior gradimento. In questo senso la Tv si propone come un organismo falsamente democratico. Lo sarebbe in modo più ampio se saltando da un canale all’altro avrei modo di poter avere la pluralità della proposta di modelli, ma è facilmente verificabile come gli stessi prodotti televisivi da una canale all’altro siano l’esatta riproduzione di modelli dominanti.
Il messaggio televisivo continuamente riproposto è frequentemente votato alla mediocrità, al vuoto intellettuale, perché acritico e confessato come verità unica. Inneggia spesso la violenza sia essa verbale, mostrata, informata. E’ frequentemente diseducativo nei modelli che diventano poi un punto di riferimento, soprattutto nei più giovani. Lo stesso filosofo K.R. Popper oppose una critica al sistema autoriale televisivo, all’idea liberalista che il compito della Tv sia informare non educare le persone. Secondo Popper la tv dovrebbe avere una funzione educativa, e l’accezione del concetto secondo cui il compito televisivo è unicamente informare, non solo è falso, ma è anche disonesto. Non ci può essere informazione se prima non si esprime una certa tendenza, ciò si vede già nella scelta dei contenuti. Scegliere su quali aspetti la gente debba essere informata, predispone già una scelta a priori degli argomenti, cosa si pensa dei fatti e decidere per il loro interesse e significato, determina in modo innegabile una tendenza.
In passato si è già lungamente discusso sul rapporto tra politica e informazione e spesso assistiamo ad una critica della politica sulla pluralità e obiettività dell’informazione televisiva, per quanto concerne quel sottile profilo di non informare ma orientare l’intendimento dell’opinione pubblica su alcuni fatti, ma questo non è altro che un singolo aspetto da intendere in modo trasversale sulla società, sui costumi, sulla morale.
Secondo il Prof. Umberto Galimberti “Nessuno di noi è al mondo, ma ciascuno di noi viviamo sempre all’interno di una descrizione del mondo”. Nel mondo contemporaneo si è invertito il modo di fare esperienza, una volta per conoscere il mondo si andava in strada e si viveva nel mondo, oggi per sapere cosa accade nel mondo si va a casa e si accende la tv, in questi termini è chiaro che il mondo è il mondo televisivo. Ciò secondo Galimberti pone essenzialmente una riflessione sul principio di autorità televisiva, perché induce in un certo qual modo a considerare “è vero ciò che viene detto alla tv”. Questo implica una riflessione notevolissima del pensiero perché rimette in circolo quel principio di autorità secondo cui “vere sono le cose secondo chi le pronuncia”.
La questione più potente e più importante è che l’intero contesto televisivo si è conformato secondo il pensiero unico dominante e questo accade non solo per influenza diretta di un “potere non dichiarato”, di qualcuno che domina la tendenza televisiva, nella quale possiamo in un certo modo rintracciare diverse influenze, ma sorprendentemente il dominio maggiore come influsso del pensiero unico si determina da un signor nessuno che è il mercato. In tutto il suo sistema di informare/educare, la televisione riflette essenzialmente la tendenza del nostro tempo che è dettata da un disequilibrio tra qualità e quantità. Questa riflessione ci pone in un ruolo di critica del meccanismo televisivo che contrasta decisamente con il ruolo del “telespettatore” che spesso si pone in modo acritico rispetto a ciò che assorbe dall’inferenza televisiva. La ricerca della quantità, impone al ruolo autoriale televisivo come primo obiettivo l’auditel che è un indice trasformativo del successo televisivo in introiti economici per la rete. La ricerca di auditel non guarda alla qualità, né all’educazione, entro certi limiti, ma pone in essere unicamente la quantità. Poste in un circolo competitivo ecco che le trasmissioni televisive hanno come principale punto di riferimento l’aspetto quantitativo e non qualitativo. E’ altamente influenzata dai principi del mercato essenzialmente capitalistico. Ma c’è di più. Riproponendo Galimberti, alcune trasmissioni televisive fanno qualcosa oltre che insegnano ai giovani come si ama, come si odia, come si reagisce ai tradimenti, come si insulta etc… ossia si insegnano i sentimenti e in perfetta concordanza con il pensiero unico si insegna il “sentimento unico” e l’educazione sentimentale a quei livelli è estremamente pericolosa.
La televisione ci confeziona una realtà virtuale che oggettiviamo come reale, ci educa in modo sbagliato e non sollecita il sano dibattito e la pluralità umanistica, ma chiude la percezione entro binari molto ristretti che diventano i modelli dominanti della società del nostro tempo. In questo senso gli autori e i protagonisti televisivi sono spesso ignoranti sul loro enorme potere che esercitano in termini di influenza verso l’opinione pubblica che non è portata alla riflessione, ma ad un’acquisizione passiva di valori o meglio di “non valori”.
Albert Espinosa, scrittore e sceneggiatore televisivo, autore del celebre “Braccialetti Rossi” scrive nell’omonimo libro “Quello che vediamo nei film è un universo di falsi luoghi comuni, che finisce per sembrarci reale. Ti mostrano come dovrebbe essere l’amore, ma quando ti innamori ti accorgi che non è per niente come il cinema. Ti fanno vedere cos’è il sesso, ma quando lo fai scopri che non ci assomiglia neanche lontanamente. Ti fanno addirittura vedere come dovrebbero finire le storie d’amore, e come risultato la gente si dà appuntamento in un bar per lasciarsi, emulando la scena di un film. E non funziona ovvio, non può funzionare, perché nel mondo della celluloide la cosa si risolve in cinque minuti; tu invece ci metti sei ore e alla fine non hai nemmeno chiuso con quella persona, anzi, ti ritrovi a farle una proposta di matrimonio o a giurarle di volere un figlio”.

La sintesi deviata della realtà prodotta dalla televisione, è legata ad una tesi già preconfezionata esattamente come un prodotto viene immesso nel mercato, in perfetta concordanza con il clima del nostro tempo che vede la riduzione della realtà stessa a prodotto-denaro. E’ una realtà banalizzata che infine mistifica la mediocrità. Il perseguimento di una logica che sfugge alla logica comune, infondendo valori alienanti, che paiono sempre indiscutibili e non sono mai messi in discussione nella monotematica che nega il pluralismo delle idee.

Alessio Follieri

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