domenica 1 ottobre 2017

RigenerationEcology: il manifesto per una nuova ecologia

Le principali azioni e strategie messe a punto negli ultimi decenni per proteggere la natura sono state più volte analizzate all’interno di numerose discipline delle Scienze Naturali che, nel loro insieme, gli studiosi di lingua anglosassone chiamano ConservationEcology (o Biology). In questo vasto percorso scientifico e culturale – da cui derivano gli interventi concreti “sul campo” che interessano numerosi soggetti pubblici e privati (es. gli enti parco o le associazioni ambientaliste) -, si riconoscono 3 filoni principali di intervento: la tutela, in situ o ex-situ, di specie e habitat residui (ovvero, salviamo il salvabile); la riduzione, la
mitigazione o l’eliminazione delle sorgenti di impatti (ovvero, arrestiamo-riduciamo il degrado); la ricostruzione ambientale (che va dal ripristino di ecosistemi alla reintroduzione di specie). Se nei primi due casi si gioca ancora “in difesa”, nel terzo c’è il tentativo di contrattaccare per recuperare almeno una parte di ciò che si è perso. Eppure, l’approccio è quasi sempre funzionale (si ripiantano boschi per rallentare le frane in collina, per mitigare gli effetti dello smog in città o contro l’effetto-serra in genere) oppure, ha motivazioni etico-filosofiche (si curano e rilasciano uccelli feriti perché sono belli e ci gratifica il loro ritorno in libertà). Tutte ragioni utili e magari anche nobili ma che, così come sono pensate, di rado toccano la questione centrale del problema: la perdita diffusa di vitalità. Negli ultimi anni i segnali in tal senso sono sempre più estesi e preoccupanti: dalla riduzione sempre più accentuata delle fertilità dei terreni alla presa d’atto di avere colture e vegetazione naturale sempre più indebolite in tutto il loro ciclo vegetazionale; dalle sementi che perdono capacità di germinazione dopo pochi mesi (mentre chicchi di frumento trovati nelle tombe etrusche sono ancora in grado di generare spighe, dopo 2000 anni) all'aumento di individui sterili tra diverse specie animali (tra cui l’uomo), sino a una generale riduzione delle capacità organiche difensive e immunitarie di numerosi sistemi viventi (dalle singole specie alle comunità). Quindi, accanto alle precedenti linee d’azione che ovviamente andranno alimentate, appare fondamentale sviluppare di più ed esplicitamente, nuove e più convinte azioni e strategie contro la devitalizzazione dei processi, in una visione di vero contrattacco contro tutti i meccanismi degenerativi e biocidi degli ultimi decenni.

L’importanza dell’ecologia conservativa

Pertanto quello che oggi risulta urgente e necessario è un’ecologia che sia conservativa (della biodiversità) e mitigativa-compensativa (degli impatti), ma anche, e soprattutto, rigenerativa (RigenerationEcology). Ovvero, che ponga tra le proprie priorità l’attenzione dei processi vitali, il loro sostegno e sviluppo. Troppo spesso, infatti, specialmente in ambito urbano, tale argomento non viene considerato e si procede con un’eccessiva attenzione alle funzioni, alle “utilità”, o magari anche all’estetica della natura, ma con un approccio finale eccessivamente meccanicistico e materialistico. Ovviamente, per fare questo bisogna conoscere meglio la Vita, come funziona, come si manifesta, come si sostiene. Una conoscenza che, in un contesto culturale sostanzialmente necrofilo come quello occidentale, non è di tutti. Anche nel mondo scientifico moderno sono ancora troppi coloro che pensano che i processi vitali si possano spiegare solo attraverso una semplice (si fa per dire) descrizione e comprensione della loro chimica o della loro genetica. In realtà c’è molto di più, una dimensione “sottile”, energetica, che la stessa fisica quantistica e i settori più evoluti e aperti della biologia e della medicina ormai riconoscono.

Gli interventi concreti

In ogni caso gli interventi concreti che sin da ora si possono attuare in questa direzione sono numerosi e vanno messi a punto di volta in volta: dall’attenzione al ripristino della piena fertilità dei suoli e dell’acqua, al recupero e riutilizzo di vecchie varietà/specie vegetali; dalla selezione di nuovi taxa più vitali, al trattamento dei semi con tecniche che ne sostengano la germinabilità; dalla messa a punto e diffusione estensiva di opportune tecniche agronomiche e forestali che tengano conto di tali aspetti (l’agricoltura biodinamica e omeodinamica già lo fanno), sino alla creazione di neoecosistemi dove l’abbinamento vegetazionale e floristico ne sostenga la forza vitale nel suo insieme con il riconoscimento di opportune associazioni tra le specie. Senza dimenticare gli aspetti legati all’ informazione, formazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica che dovrebbero essere propedeutici nel supportare le azioni sul campo.

È tempo dunque di rigenerare, è urgente. Facciamolo!

Armando Gariboldi

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